martedì 25 marzo 2014

N. PARDINI: "IL POESIARIO IX", DI S. SINISCALCO



Serena Siniscalco: IL POESIARIO IX
Genesi Editrice. Torino. Pp. 128. € 20,00

Un’opera che tocca tutti i tasti dell’umana vicenda

Da oltre nove anni immota langue
l’altalena dell’angelo piccino,
nell’angolo riposto del giardino.

Mi piace iniziare da questi versi per scrivere sulla poesia di Serena Siniscalco. Una poesia dolce, duttile, carezzevole, melanconica, anche, che fa dell’armonia un valore aggiunto. Sì, perché Serena non si avventura in un poetare libero dove il verso va a capo quando vuole. Lei lo domina, lo adatta al suo sentire, ne fa un compagno fedele della sua quotidianità, della sua serenità o del suo dolore. Ed è così che il verso diventa un graffito della sua anima. C’è dolore, sì, nella sua poesia. Un dolore che nasce da disavventure umanamente incomprensibili. Come quella di una perdita rievocata da quell’altalena umanizzata nel suo languire; ma c’è anche la felicità, la gioia per l’ultimo germoglio, o per la vita, perché Serena crede nella vita, nella sua sacralità, e nel supremo dono che le è toccato:

.…Ho acquistato importanza, sono quercia
nel vasto mio giardino,
regina d’alberi, orgogliosa e fiera
di quanto nella vita ho seminato.
E’ l’ultimo mio dono, ultimo nato,
l’ultimo mio bene
l’aire mi dà a non morire ancora (L’ultimo germoglio).

Ed è abitudine della poetessa rivolgersi alla natura, renderla partecipe della sua profonda umanità. C’è con  tutta la sua forza cromatico/allusiva, con figurazioni che mai sono oziose, ma sempre in sintonia con la sua sensibilità pronta a dribblare il sentimentalismo.
        Già ebbi a dire in una mia recensione sul suo Poesiario VIII: “… Una poesia tutta volta a dipingere Serena Siniscalco, la sua storia, una realtà interiore, disposta a coinvolgere ogni particolare in tale funzione. Ogni pur minimo tratto della quotidianità. Ed è poetando con simboli, con figure stilistiche che il linguaggio sa farsi allegorico, allusivo. E che le serpi, la chiave segreta, il bosso, la vela bianca, la clessidra assumono connotazioni ben precise nel rivestire impulsi emotivo-intellettivi. Tanto che, dicendo allegoricamente, la Nostra dà l’idea di collocarsi, con una serenità disarmante, oltre le cose; su una torre ariostesca, dalla quale il mondo si fa più piccolo, le vicende meno drammatiche, e lo spleen storia normale, fatale allo sguardo disincantato della poetessa; al suo sentire; dove ogni elemento cospira a che la di lei dimensione spirituale ne esca pulita, aperta, gioviale, pensosa; umana, insomma, e se triste, pur  sempre volta  a rapire la luce al buio della notte…”. Ed è proprio così. Mai si scade nella sua poesia in un piangersi addosso, in una becera lamentatio, in un melico sentimentalismo decadente. La Nostra dipinge i fatti, gli accadimenti, nel loro dipanarsi naturale e quotidiano; i suoi stati d’animo emotivamente coinvolgenti. Ed è il memoriale che spesso entra in scena, un memoriale che la riporta ad antiche primavere:

La neve. Oh, la mia neve ad inalbare
Erte irte di larici ed abeti,
in raggi appena tiepidi iemali,
a strie di sci, binari voluttuosi;
membranze perse ormai di quell’albore,
nella valle che il cuore m’accarezza.
Addio mia giovinezza! (La Valtellina).

 E c’è la curiosità, la sorpresa, la meraviglia della scoperta:

Poi in un istante iridescente il fiore
si sfuma nella bruma e poi dispare.
Stupita resto di madre natura,
sempre così ineffabile ed arcana
nel “divertissement” dono agli umani,
che in tarda età mi meraviglia ancora.

Ma vi si legge anche un pensamento profondo sulla questione dell’inquietudine umana. Su tutto ciò che di inspiegabile ci assilla e ci sgomenta. E volgere lo sguardo oltre la siepe, spesso ci dà la dimensione della nostra pochezza. Della fragilità del nostro esistere:

Che c’è al di là del muro oltre la siepe,/
intrico cespuglioso e impenetrabile/
che il guardo m’impedisce a ritrovarvi/
l’inconosciuto senso della vita? (Oltre la siepe).

Riflessioni, melanconie, giochi di andate e ritorni, rievocazioni. E tutto in un dipanarsi da sinfonia wagneriana. Tutto è morbido, delicatamente espanso da un un ars inveniendi di assidua frequentazione poetica. Perché Serena crede nel verso metricamente calcolato, anche se generosamente ispirato; nel verso adatto a pizzicare le sue corde per far emettere suoni gradevoli e suadenti all’ascolto. Insomma un’opera complessa nella sua semplicità. Un’opera che tocca tutti i tasti dell’umana vicenda. Ma che sprona alla vita, a pensar positivo; a inneggiare all’amore, come fulcro del mondo, con una speranza in cuore:

“Oh stelle mute nel  silenzio arcano
(…)
                     Avrò stanza fra voi,       
lieta ed immensa nello spazio eterno?”

Taci! Avverto un richiamo, già uno stacco
da questa pure tanto amata terra,
che m’incanta, m’affascina, seduce.
E in vostra luce colgo la speranza (Speranza di stelle),

sì, un abbraccio totale a questa terra che l’affascina e  seduce. E tanta luce in questi versi, tanta luce che illumina <<“L’uomo del mio sorriso!”/ E fu lui, solo lui, l’amato sposo>> (L’uomo del mio sorriso).

                                                 Nazario Pardini

10/03/2014

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