mercoledì 6 dicembre 2017

BUON NATALE AGLI AMICI DA LEUCADE





Amici cari, attorno riuniti
a questo sito zeppo di poesia
vi giungano gli auguri più sentiti
in tali giorni pieni di magia.                   

Lo so che i tempi sono assai turbati,
lo so che tanti figli allo sbaraglio
vivono inquieti perché disoccupati;
e lo so che sarebbe tanto meglio

parlare dei problemi che ci affliggono
e di quelli che toccano persone       
emarginate, depredate che assillano
ruberie e ingiustizie nell’agone               

di così tanti profitti. In questi tempi
pensiamo un po’ a costoro; e tutti noi
gridiamo le ingiustizie ed i malanni; e poi,
prendiamo un po’ dai padri i grandi esempi.

Quindi cercare pace ed  un abbraccio,
augurarci in questi giorni un buon Natale
(per quanto mi riguarda io lo faccio),
credo davvero che non faccia male;

ma che non valga solo per Natale
fare del bene e farlo in abbondanza,
toglierci di dosso l’arroganza,
ed apparire come un buon mortale.

Che sia per tutto l’anno questa festa
che sia per ogni giorno che ci resta.

Nazario


AUGURISSIMI DI BUONE FESTE A TUTTI  GLI AMICI E NON SOLO 

BUON NATALE


Il presepe
 

di salvatore Quasimodo

Natale. Guardo il presepe scolpito
dove sono i pastori appena giunti
alla povera stalla di Betlemme.
 
Anche i Re Magi nelle lunghe vesti
salutano il potente Re del mondo.
 
Pace nella finzione e nel silenzio
delle figure in legno ed ecco i vecchi
del villaggio e la stalla che risplende
e l'asinello di colore azzurro.



La stella di Natale 

di Boris Pasternak

Era pieno inverno.
Soffiava il vento nella steppa.
E aveva freddo il neonato nella grotta
nel pendio della collina.
L'alito del bue lo riscaldava.
Animali domestici
stavano nella grotta,
nella culla vagava un tiepido vapore...
E lì accanto, mai vista sino allora
più modesta di un lucignolo
alla finestrella d'un capanno,
traluceva una stella sulla
strada di Betlemme...



A Gesù bambino 

di Umberto Saba


La notte è scesa
e brilla la cometa
che ha segnato il cammino.
Sono davanti a Te, Santo Bambino!
Tu, Re dell’universo,
ci hai insegnato
che tutte le creature sono uguali,
che le distingue solo la bontà,
tesoro immenso,
dato al povero e al ricco.
Gesù, fa' ch'io sia buono,
che in cuore non abbia che dolcezza.
Fa' che il tuo dono
s'accresca in me ogni giorno
e intorno lo diffonda,
nel Tuo nome.


ALBERTO CHILOSI "MIGRANTI"



Alberto Chilosi
Alberto Chilosi

Alberto Chilosi, studioso specializzato nella comparazione dei sistemi economici, è stato docente prima di sviluppo economico e poi di politica economica all’Università di Pisa dal 1972 al 2012. Ha svolto i suoi studi post-universitari a Varsavia conseguendo nel 1972 un dottorato in Economia. Ha effettuato attività di ricerca presso l’Università di Cambridge e il St. Antony’s College di Oxford e trascorso un periodo di insegnamento in Africa, nella Repubblica Democratica del Congo. Ha pubblicato numerosi saggi relativi allo sviluppo economico, alla comparazione dei sistemi e all’economia del socialismo, molti dei quali possono essere scaricati dal suo sito: www.chilosi.it




M. GRAZIA FERRARIS: "IL GIARDINO", RACCONTO



Maria Grazia Ferraris,
collaboratrice di Lèucade

Il racconto è  stato premiato in Versilia (Ass. Le Sabine- SECONDA EDIZIONE DEL CONCORSO NAZIONALE LETTERARIO E DI FOTOGRAFIA "DONNA, DELICATA FORZA DI UN FIORE" )

I fiori come comunicazione: una conoscenza botanica di cui  l’Autrice si serve per decriptare un messaggio d’amore, o di fine rapporto, o di silenziosa uscita di scena. La Ferraris condisce il tutto con arguzia, rendendo piacevole e appetitoso il dipanarsi della storia. D’altronde non è la prima volta che ci imbattiamo col suo stile fecondo, acuto, generoso, e, in questo caso, umoristico-ironico, come la stessa Autrice lo definisce (… l'umorismo ironico del racconto..., io voglio solo sorridere, non prendermi troppo sul serio  e, se possibile, far sorridere con serenità chi mi legge).
       La narrazione va spigliata e acchiappante: varietà di sequenze, frasi brevi, intuizioni verbali di fattiva resa esplicativa. Un racconto che, per la sua sottigliezza  ironica, nascosta tra le righe, richiede  l’intelligenza creativa e il nerbo inventivo di una grande scrittrice; richiede un’esperienza, che maturata negli anni, dia frutti di personalissima fattura analitica nel cogliere i sottintesi dell’animo umano.  

Nazario Pardini


Il giardino

Ho messo in vendita il giardino. Nessuno può immaginare quanto sia stato doloroso. È tutto quello che mi è rimasto di una vita a due, costruita giorno per giorno.
La casa è già stata venduta da un pezzo. Giulio è partito con Nina per una delle sue esplorazioni botaniche nell’emisfero australe che gli frutteranno l’ennesimo articolo ed encomio sui giornali specializzati.
Il giardino è magnifico. Quando lo guardo e spingo lo sguardo su dove si perde nel bosco alle pendici della montagna, quello che Giulio chiamava “il giardino all’inglese”, tra la prospettiva variabile di  sfumare dei colori primaverili del biancospino, dei gialli della mimosa riparata presso la casa, della forsizia e delle ginestre, i gialli che tanto amo, i fiori dei meli, i rossi delle azalee, i bianchi lattei delle camelie… mi si rattrappisce il cuore. Uno spasimo che non so controllare. Non ancora. Per questo devo andarmene.
Non so più se lo odio o se lo amo. Quindi se mi amo o no. Mi sembra che l’acqua del ruscello, incanalata e domata dalla nostra fatica, pur mantenendo il suo aspetto apparentemente naturale,  canti una canzone ironica di rivalsa, …ma forse sta solo lamentandosi della sua perduta ed ora inutile libertà. Decideranno cosa farne i nuovi proprietari.

Quando ci conoscemmo e cominciammo a frequentarci con una certa regolarità che divenne presto attrazione reciproca, foriera di possibili interessanti sviluppi…, Giulio mi regalò un bellissimo mazzo di camelie: camelie bianche con venature rosa che facevano concorrenza alle rose.
Infatti disse subito:- Guardale, ammirale, sono frutto di un incrocio laboriosissimo, vi ho dedicato moltissimo tempo e amore. Certo niente a che vedere con le rose, che sono così banali!
Non preferirai le rose, vero? Magari rosse?..., sono così volgari!
La camelia è veramente adatta alla tua personalità!, - annunciò con decisione.
Amo le rose. Non mi sentii di contraddirlo. Non sapevo che questo era già il primo sintomo dei ricatti affettivi di cui ogni amore, anche quelli più generosi, è carico.
Io avevo sempre ammirato le rose, e ancor più le rose rosse dallo stelo lungo e dal bocciolo piccolo, vellutato, cremoso, misterioso, invitante ed ambiguo…, ma me ne guardai bene dal dirlo.
Ero affascinata dalla sua cultura, dalla sua originalità, dalle sue conoscenze botaniche…
Tutto sapeva sulle camelie, la loro origine orientale, in particolare sulla japonica originaria del Giappone, di cui mi aveva fatto omaggio.  Mi parlò dei suoi colori molto vari, dal bianco, al rosa, al rosso, con tutte le possibili varietà intermedie e dei  fiori bicolori, con striature, maculature, punteggiature, screziature varie come quella che mi aveva regalato…, delle sue foglie pastose, mi parlò della sua eleganza formale, della sua freschezza e della sua serena bellezza,  ne fece il panegirico come del fiore più adatto a incontri raffinati, dall’aspetto ricercato, ricordò la sua diffusione nell’Ottocento nei nostri bei giardini incantati sul lago Maggiore dal clima così mite… che si riprometteva avremmo visitato insieme.
Lo affascinava il fatto che in Oriente  era considerata un  simbolo, quello della Vita Stroncata, ma anche dell’eleganza e della raffinatezza, poiché  il fiore, appassendo, si distacca tutto intero dallo stelo invece di cadere petalo dopo petalo spampanato e irrimediabilmente vecchio, come quello della rosa, in apparenza così elegante.
Ero tutta silenziosa ammirazione.
La cena fu accompagnata dalla musica: io avevo scelto  Mozart, l’autore che preferisco, ma in omaggio alle camelie quella sera ascoltammo il divino Verdi, e la sua Signora delle Camelie, che lui amava particolarmente….
Tutto nuovo per me: un mondo da esplorare, da capire, da studiare…
Le camelie: erano davvero molto belle. Quando ci sposammo ne piantammo alcune arbusti nel giardino, nella parte bassa, vicino alla casa, in zona aperta con  un’esposizione semiombreggiata, con  temperature non eccessiva. Crescevano amorosamente assistite dalle cure di Giulio e avevano una  fioritura eccezionale. Giulio le osservava e  spiegava…

Era, all’inizio del nostro matrimonio, un giardino povero, sterile, appena abbozzato dietro la casa.
Il terreno saliva in leggero pendio ed inglobava il piccolo rivolo d’acqua che scendeva dalle verdi colline digradanti verso il lago. Terminava con betulle ed alberi di castagno. E un cielo azzurro attraversato da bioccoli di nubi bianche che mi sembravano cavalcate gioiose di uccelli fantastici.
 Era un grande angolo di libertà, un’oasi di solitudine e di intimità che ci isolava dal pubblico passeggio e dalle consuetudini di incontro paesano cui bisognava in un qualche modo obbedire nella vita quotidiana.
Lo eleggemmo come il nostro eden, il nostro paradiso privato che avremmo curato amorosamente fino a renderlo lo specchio dei nostri desideri e la proiezione dei nostri sogni.
Infatti vi dedicammo tutto il nostro tempo libero.  Io volli nell’angolo sud gli alberi da frutto: due meli, un ciliegio ed un albicocco…musica di colori e di dolcezze. Nella piena loro fioritura mi sentivo così felice che correvo ad ascoltare la musica di Rossini  ed i suoi preludi per sentirmi nella totalità e vitalità più completa e soddisfacente della mia vita.
Giulio accettò quella intrusione domestica-rusticana- utilitaristica  sorridendo con condiscendenza in omaggio alle mie qualità domestiche  di cuoca volenterosa. Godeva comunque di quella nostra frutta profumata e saporita, da buongustaio quale era.
Quello fu l’anno dell’esplorazione delle colline dei dintorni. Condivisi il suo insaziabile interesse botanico e divenni a mio modo un’esperta….culinaria.
Imparai tutto sulle ortiche, i cui germogli erano ottimi nei risotti o nei minestroni, ma che usavo  anche nelle frittate e nelle frittelle…. e non importava  se le mani mi si gonfiavano per i loro pungiglioni urticanti. Ero felice.
 Imparai a cucinare minestre favolose, asparagi selvatici, insalate primaverili di tarassaco…con frittate di fiori e petali, fritture e tenere rosette lessate e condite  delicatamente . Imparai perfino a fare una squisita  marmellata di fiori di tarassaco….
Giulio utilizzava le foglie delle ortiche per farne degli infusi di uso cosmetico da usare dopo lo shampoo dei capelli, affinché arrestassero, grazie alle notevoli quantità di  vitamina C, azoto e ferro- spiegava colto e  paziente- la caduta dei capelli…, che incominciava ad essere un suo problema..
Il  comune rosmarino che cresceva rigoglioso all’entrata della cucina Giulio volle diventasse, in omaggio al suo spirito ecologico, un naturale decotto disinfettante per la pulizia della cucina , lavello, vasca da bagno; mi spiegò l’origine latina, mi raccontò la leggenda del XIV° secolo della regina Isabella d'Ungheria, settantenne, rugosa e piena d'acciacchi, che ritrovò la salute e una seconda giovinezza, tanto da essere chiesta in sposa dal re di Polonia, grazie ad un'acqua che prende il suo nome.
La ricetta era semplicissima, come tutte le cose naturali ed efficaci: alcolaturo di rosmarino, lavanda e menta. -Peccato che non se ne conoscano le dosi!-, diceva ridendo a mo’ di conclusione,  e che  nel Medioevo veniva usato per scacciare spiriti maligni e streghe durante le pratiche esorcistiche!
Io rabbrividivo al pensiero.
Della menta mi raccontò con il suo impagabile umorismo che era il nome di Minta, bellissima ninfa partorita nel fiume infernale Cocito, affluente dell'Acheronte e che viveva nel regno infernale, amata da Ade…, ma Persefone, gelosa del marito, si dispiacque dell'unione e si infuriò quando Minta proferì contro di lei minacce spaventose e sottilmente allusive alle proprie arti erotiche. Persefone, sdegnata, la fece a pezzi: Ade le consentì di trasformarsi in erba profumata, la menta…
La usavo in cucina con la salvia che cresceva gigantesca al riparo del muricciolo e poteva essere impanata e cucinata come frittura con grande profitto.
 Ero tutta un sorriso, convertita alla natura ed al suo culto. Quasi dimentica di Mozart, era Vivaldi che ascoltavamo insieme nelle nostre scorribande botaniche…
Quell’estate incontrai dopo tanto tempo la mia amica Nina, di ritorno da Parigi, dove aveva vissuto qualche tempo. Era addolorata e stanca, reduce da una separazione dal marito, depressa e triste. La invitai da noi fino a quando  le fosse possibile trovare una nuova sistemazione.
Nina aveva il “pollice verde”, e mai un incontro fu così ben accetto da Giulio.
Si divertivano insieme a lavorare in giardino, a modificare e studiare il terreno, l’esposizione delle piante al sole, l’umidità necessaria alla loro sopravvivenza, a incrociare semi e a creare talee…Una grande amicizia collaborativa, da esperti botanici.
Per il mio compleanno quell’anno mi regalarono una pianta di edera, rigogliosa, dalle grandi foglie verdi e dalle piccole radici aeree, che Giulio fece arrampicare dal giardino verso la parete della nostra camera da letto e che doveva dare, a suo parere, ottime  ombre e ristoro ai nostri sonni. Ed inoltre…. utilità: l'infuso di una manciata di foglie in circa due litri d'acqua, - mi spiegò paziente  e assennato- può essere usato dopo lo shampoo come trattamento per rendere i capelli più scuri e lucidi.
 -Ne avevamo bisogno entrambi- disse sicuro.
- Inoltre, -spiegò come al solito sorridendo, … - per la sua caratteristica di attaccarsi saldamente ai punti di appoggio, l’edera è il simbolo dell’amicizia, della fedeltà e dell’amore eterno…
Io mi ricordai anche che l’edera è una pianta velenosa e parassita, che  si attacca al tronco degli altri alberi, e li soffoca…Non mi parve un buon augurio…, ma tacqui.
Quello fu per me l’estate di Chopin e dei suoi notturni melanconici.
Il tempo passava. Nina si era sistemata in un piccolo appartamento- senza giardino- vicino alla nostra casa. Continuava a lavorare con sommo profitto e soddisfazione nel nostro giardino.
Per il nuovo compleanno questa volta Giulio mi regalò un grande cactus,  una specie di Opuntia, dal fusto succulento, grande e colonnare, spinoso.
-Sono piante inusuali,  ma facilmente adattate ad ambienti aridi e caldi, in Italia sanno crescere anche spontaneamente- , spiegò, come sempre, e venne sistemate nell’angolo più soleggiato arido e riparato del giardino, dopo gli opportuni studi sulla composizione del terreno e sua modificazione, diligentemente aiutato da Nina.
Non espressi le mie perplessità, ma quel regalo mi sembrava, nonostante il loro entusiasmo, ben poco romantico. Il suo aspetto vagamente aggressivo  poi non riusciva a tranquillizzarmi. Sembrava una caricatura di una grassa donna senza attrattive…
Nina partì per la Versilia. Doveva sistemare i documenti, le ultime pratiche per il divorzio, oramai definitivo. Era inquieta e depressa, temeva trappole dall’ex marito…. Giulio decise di accompagnarla per assisterla. Mi sembrò ingeneroso  oppormi, mi sembrò di fare un torto all’amicizia e a Giulio. E forse anche a me stessa.
Inquieta, vigile come in attesa, ancora una volta  tacqui.
Tornarono felici della pratica opportunamente conclusa e decisero di festeggiare la ritrovata libertà di Nina. Per tutta la sera si sentì in casa la musica di Ravel, che Giulio non aveva mai amato. L’aveva sempre trovata eccessiva, troppo immediata , esibita, e un po’ volgare. Ma a Nina piaceva.
Anche questa volta mi portarono un regalo: questa volta era una drosera.
 L’avevano avuta  proprio in Versilia, a Massaciuccoli, dove cresce ben acclimatata nelle acque del lago, nell’ ambiente estremo delle torbiere e in suolo  con una bassissima concentrazione di sostanze nutritive, spiegò ancora una volta il sapiente Giulio.
Ricreò l’ambiente adatto in giardino,  in un’ansa paludosa del ruscelletto incanalato che scendeva dalle nostre colline e la sistemò con profitto e giubilo.
A sua modo era bella: alta circa venti  cm, con foglie obovate e con un lungo picciolo, disposte a rosetta, dotate di lunghi tentacoli con peli porporini che secernono gocciole di un liquido vischioso, nel quale restano intrappolati piccoli insetti. Era aprile e fioriva di piccoli fiori bianchi. I tentacoli si ripiegavano sulla preda dopo la cattura. Mi inquietava.
Io la guardavo, attirata e allucinata. Mi sembrava un messaggio, non sapevo ancora decifrarlo.
Aspettavo il mio prossimo compleanno.
Infatti arrivò l’ultimo regalo: un aconito elegantissimo dai bellissimi fiori blu, a forma di elmo. Il blu è il mio colore preferito. L’aconito è davvero un fiore bellissimo.
Mi pareva fosse però una pianta velenosa. Ne avevo sentito parlare a proposito di frecce dardi e giavellotti avvelenati in epoca omerica e dalle mie letture latine di Plinio.
Qualche volta anche le competenze letterarie aiutano.
Questa volta non aspettai le spiegazioni scientifiche botaniche di Giulio.
Lessi nell’enciclopedia: ” …L'ingestione accidentale di Aconito provoca numerosi disturbi anche gravi: senso di angoscia, perdita di sensibilità, rallentamento della respirazione, indebolimento cardiaco, sensazione che la pelle del viso si ritiri, ronzio alle orecchie, disturbi della vista, contrazione della gola che può provocare la morte per asfissia. Sono sufficienti quantità di aconitina anche inferiori a 6 mg per causare la morte di un uomo adulto.
Sono stati segnalati fenomeni irritativi locali (con principio di intossicamento) solo tenendo un mazzo di questa pianta nelle mani in quanto attraverso la pelle possono essere assorbiti i principi attivi velenosi della aconitina….”
Edera, cactus, drosera, aconito… Avevo finalmente capito. Il messaggio era arrivato.
Attesi Giulio tranquilla, con la musica di Mozart che si diffondeva serena nel soggiorno. Come se fosse una sera qualsiasi. Valzer di Mozart. I miei preferiti.
Gli restituii i bellissimi fiori blu che danno sonnolenza, convenni con lui che la sonnolenza di un rapporto amoroso può produrre pensieri sconsiderati.
Non gradivo l’aconito, così come non avevo gradito la drosera e l’opuntia. Non gradivo più la convivenza. Né le sue perfette spiegazioni botaniche.
 E gli ricordai, piccola, inutile  e insignificante precisazione ormai, che  del resto ho sempre preferito le rose: quelle rosse, dal gambo lungo, così ovvie, così banali, che muoiono di vecchiaia, spampanandosi lentamente, come natura vuole.
Alzai il volume della musica per non sentirlo uscire.




II EDIZIONE "PREMIO CITTA' DI CHIETI", BANDO

Concorso Letterario “Premio Citta’ di Chieti” II° Edizione Ideato, fondato e promosso dalla poetessa Rosanna Di Iorio In collaborazione con le Associazioni Culturali: E il patrocinio di: Bando Il Concorso “Città di Chieti” è organizzato dalla Poetessa teatina Rosanna Di Iorio con la collaborazione della Associazione Culturale Euterpe di Jesi (AN) e del Centro Culturale Smile di Vallecrosia (IM). E’ patrocinato dal Comune di Chieti, dalla Provincia di Chieti, dalla Regione Abruzzo e regolamentato dal presente bando.

Art. 1 – Sezioni Possono partecipare cittadini italiani o stranieri maggiorenni con testi rigorosamente in lingua italiana. Non verranno accettati testi in altre lingue o in dialetto, anche se provvisti di relativa traduzione. Le sezioni di partecipazione sono: Sezione A – Poesia inedita o edita a tema libero Sezione B – Racconto inedito o edito a tema libero Le poesie ed i racconti presentati al concorso non dovranno aver ottenuto un riconoscimento nei primi tre posti in precedenti premi letterari.
Art. 2 – Esclusione Non saranno accettate opere che presentino elementi razzisti, offensivi, denigratori e pornografici, blasfemi o d’incitamento all’odio, irrispettosi contro la morale comune e che incitino alla violenza di ciascun tipo o che fungano da proclami ideologici e politici. 
Art. 3 – Requisiti Sezione A – Il partecipante prende parte al concorso con un testo poetico di lunghezza non superiore ai 35 versi ciascuno senza conteggiare il titolo. Ogni componimento dovrà essere provvisto di titolo e dovrà essere anonimo, pena l’esclusione. Sezione B – Il partecipante prende parte al concorso con un unico racconto di lunghezza non superiore le 4 cartelle editoriali (una cartella editoriale corrisponde a 1800 battute). Il racconto dovrà essere provvisto di titolo, dovrà rispettare i limiti di lunghezza e dovrà essere anonimo, pena l’esclusione.
Art. 4 – Contributo di partecipazione per spese organizzative: € 10,00 (prima opera poesia- racconto) € 5,00 (per ogni poesia successiva) È possibile partecipare a più sezioni corrispondendo la relativa quota. Tale contributo potrà essere effettuato tramite Bonifico sul Conto Corrente Banco Posta IBAN: n° IT37X0760105138261042261053 intestato a Di Iorio Rosanna; causale: contributo II Edizione “Premio Città di Chieti” o in contanti da allegare con la documentazione cartacea.
Art. 5 – Scadenza ed invio Per la corretta partecipazione, si dovrà inviare entro e non oltre la data di scadenza fissata al 28 febbraio 2018, il materiale all’indirizzo internet premio.cittadichieti@libero.it - Le poesie/i racconti in forma anonima in formato Word (.doc o .docx), ciascuno su un file distinto - La scheda di partecipazione appositamente compilata in ogni sua parte - La ricevuta del versamento Contestualmente per e-mail, come di seguito indicato, si dovranno inviare per posta cartacea le poesie/il racconto in numero di 6 copie in forma anonima, la scheda dei dati e la ricevuta di pagamento o il contante del contributo di segreteria. La scheda dei dati e il contributo, in quest’ultimo caso, dovranno essere inseriti in un’ulteriore busta chiusa all’interno del plico. Il tutto dovrà essere inviato a: Concorso Letterario “Città di Chieti” c/o Sig.ra Rosanna Di Iorio Via F. Salomone, 115 66100 CHIETI Si prega di non inviare il materiale per raccomandata.
Art. 6 – Commissione di Giuria La Commissione di Giuria è composta da esponenti di spicco del panorama letterario nazionale: Francesco Mulè (Presidente Onorario del Premio) Lorenzo Spurio (Presidente di Giuria) Elvio Angeletti (Poeta) Lucia Bonanni (Poetessa, Scrittrice e critico letterario) Giuliana Sanvitale (Poetessa e scrittrice) Vittorio Verducci (Poeta, Scrittore) Rosanna Di Iorio (Presidente del Premio - senza diritto di voto) Il giudizio della Giuria è definitivo ed insindacabile.
Art. 7 – Premi I premi, per ciascuna sezione, saranno così ripartiti: 1° Premio – 300€, targa e diploma con motivazione 2° Premio – 200€, targa e diploma con motivazione 3° Premio – 100€ targa e diploma con motivazione Premio Chieti – targa e Diploma Premio della Critica – targa e diploma Premio del Presidente di Giuria – targa e diploma Menzioni d’onore – diploma L’Associazione Culturale Euterpe e il Centro Culturale SMILE metteranno in palio un premio speciale definito “Targa Euterpe” e “Targa SMILE” che verranno conferiti a un partecipante che si è distinto particolarmente. A sua discrezione la Giuria potrà provvedere all’attribuzione di ulteriori premi per opere ritenute meritevoli d’encomio. Nel caso non sarà pervenuta una quantità di testi congrua per una sezione o all’interno dello stesso materiale la Giuria non abbia espresso notazioni di merito per determinate opere, il Presidente del Premio può decidere di non attribuire alcuni premi.
Art. 8 – Premiazione La premiazione si terrà il 26 Maggio 2018 alle ore 16:30 a Chieti Centro presso una sala del Comune di Chieti - Piazza San Giustino. Si è scelta questa data per farla coincidere con il Maggio Teatino, in cui si susseguiranno una serie di eventi con spettacoli musicali, culturali, sportivi, di solidarietà e di tradizione, per la crescita del territorio di Chieti, organizzato dal Comune con il supporto delle tante associazioni teatine. Queste manifestazioni si protrarranno lungo tutto il mese di maggio, per concludersi ai primi di giugno con l’ormai consolidata Festa dei Popoli, con il preciso intento di valorizzare la storia e il patrimonio della città e quello delle tradizioni del Maggio Teatino. E’ un anno ricco di eventi in cui si festeggia anche il Bicentenario del Teatro Marrucino di Chieti con un contributo dal ministero per i Beni, Attività Culturali e Turismo. Duecento anni che lo hanno reso fulcro della vita culturale abruzzese e lo hanno fatto assurgere a un ruolo di prim’ordine nella storia del teatro italiano. Il teatro è stato già inaugurato il 30 Ottobre 2017 con la prima del dramma giocoso della Cenerentola di Gioacchino Rossini per la regia di Michele Mirabella, opera tornata dopo due secoli lì dove aveva cominciato, fra tanti applausi. È richiesto ai vincitori e a tutti quelli che lo desiderano di partecipare alla cerimonia di premiazione. In caso di impossibilità ad intervenire potranno delegare una persona di fiducia che dovrà darne comunicazione al Presidente una settimana prima della premiazione. I premi - eccettuati quelli in denaro - potranno essere spediti a domicilio ai rispettivi vincitori, dietro richiesta esplicita e comunque a loro spese. Verranno informati dei risultati i vincitori e i menzionati in tempo utile per poter partecipare alla premiazione. I risultati del Premio saranno comunque visibili sulla pagina Facebook “Premio Città di Chieti”, sul Sito letterario “Alla Volta di Leucade” del Prof. Nazario Pardini e saranno diramati attraverso la stampa nazionale e ogni altro veicolo di informazione. 
Art. 9 - Privacy Ai sensi del DLGS 196/2003 e della precedente Legge 675/1996 i partecipanti acconsentono al trattamento, diffusione ed utilizzazione dei dati personali da parte dell’organizzatore e della Associazione Culturale Euterpe di Jesi e Centro Culturale SMILE di Vallecrosia per lo svolgimento degli adempimenti inerenti al concorso e altre finalità culturali afferenti. La partecipazione al Premio è subordinata all’accettazione del presente bando comprensivo di 9 (nove) articoli che potrà, in caso di necessità ed al solo giudizio dell’organizzatore, subire qualche variazione. Nel quale caso a tutti i partecipanti verranno fornite con ampio preavviso tutte le indicazioni circa la premiazione. Rosanna Di Iorio – Presidente del Premio Lorenzo Spurio – Presidente di Giuria Osvaldo Riccioletti – Segretario del Premio Info: Mail: premio.cittadichieti@libero.it Tel. 0871-456000 Ass. Culturale Euterpe: ass.culturale.euterpe@gmail.com



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martedì 5 dicembre 2017

CARLA BARONI: "DIALOGHI INTERROTTI", SILLOGE VINCITRICE DEL PREMIO "IL PORTONE" PISA





Dialoghi interrotti il titolo di questa silloge composta di tre poemetti dialogici: Canto d’autunno (sei stanze contraddistinte da numeri romani), Ulisse e  Penelope, Forse. Una vicenda unisona, creata con vivace intuizione emotivo-intellettiva e sensibilità umana, dove si sprigiona tutta la filosofia della Baroni sul fatto di esistere, sul tempo, sulla morte, sul rapporto fra il Creatore e la creatura, sulla vita. Insomma un lavoro strettamente autobiografico, in cui le pene e le meditazioni sono cristallizzate in stagioni dai flebili rumori o in un mito rinnovato, attualizzato, personalizzato da un mitopoieta più che da un mitologo. La malinconia sembra far capolino ad ogni verso, come la visione di un mondo non sempre giusto nelle sue realizzazioni. Ma il fatto sta che la Poetessa sa contenere il tutto  in un endecasillabo estremamente musicale, di classica fattura, ben lavorato in tutte le sue varianti; stemperato in una fluidità narrativa di estrema accortezza poetica. E non si deve pensare ad una poesia d’antan, datata, legata ad un mondo classico ormai desueto; piuttosto ad un verseggiare pieno, ricco di accorgimenti stilistici, di figure retoriche mai pleonastiche, dove tutto è giusto, tutto è elaborato con quell’arguzia e quell’intelligenza fattiva, che si  può permettere un’artista  che Pavese non stenterebbe a definire monotono nell’accezione più nobile del temine. (Un canto“splendidamente monotono”, come sapeva dire, da par suo, Cesare Pavese, della poesia). 

Nazario Pardini

DAL TESTO
CANTO D'AUTUNNO









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MARIAGRAZIA CARRAROLI: "LETTI BIANCHI", SILLOGE QUARTA CLASSIFICATA AL PREMIO"IL PORTONE", PISA

Mariagrazia Carraroli
Letti bianchi

Sono dieci letti di ospedale che, umanizzati, sentono, dicono, ascoltano, in un susseguirsi di ontologiche sensazioni, soggetti-oggetti, essi stessi, di invenzioni di rara creatività poetica. Già avevo avuto occasione di esprimermi a proposito del  testo “Trittico” dell’Autrice: “… La poesia della Carraroli va snella, con misure apodittiche, e slanci verbali di rara fattura; va con eufonica andatura affidata ad una semplicità maturata nel tempo. Il suo scopo è quello di tradurre l’amore, e il senso della vita in oggettivazioni verbali di corposa visività…”.  E qui la Poetessa dimostra tutta quanta la sua sensibilità in un tracciato di amorosi sensi, di conurbazioni umane: Letti bianchi; corsie; ammalati; storie; sofferenze; dolori; esclusioni; solitudini, compagnie. Un mix umanamente coinvolgente che ci cattura con un linguismo di rara potenza verbale; di esperita vicissitudine umana: Anche il letto vicino si conforta; Sono ancora il suo letto di dolore/ lui stringe i denti poi sorride; Piange la figlia/ sua madre scomparsa/ mentre c’era. La storia si distende senza cadute di stile, senza deviazioni emotive fino all’ultimo letto, vuoto:  Su di me l’ala dell’angelo/ ha raccolto l’ultimo respiro. Poi le porte finalmente si serrano… i letti bianchi tacciono, esausti di sangue, urina, odore, dolore. Nessun oggetto più di loro è umano. 

Nazario Pardini



DAL TESTO

LETTI BIANCHI


Al lettore

Il 2014 è stato un anno difficile per la mia famiglia, segnato da interventi chirurgici rischiosi e da conseguenti, ripetuti ricoveri ospedalieri, nonché da lunghi periodi di degenza in strutture atte alla riabilitazione,
L’esperienza dolorosa in sé mi ha offerto l’occasione di constatare la forza d’animo, il coraggio e la determinazione del mio compagno di vita Luciano Ricci nell’affrontare sofferenze, disagi, limitazioni… Non solo. Mi ha consegnato in dono anche la felice opportunità d’incontrare e di imparare da altre esperienze, storie e situazioni umane gravide di tribolazione, sì, ma più spesso per me d’impliciti insegnamenti.
Frequentando quelle anonime corsie ospedaliere ho potuto avvicinare molta dolente umanità che attendeva di essere soccorsa ed aiutata dentro ai letti bianchi della loro pena.
Letti simbolicamente divenuti “umani” dal patire delle persone che ospitavano.
LETTI BIANCHI che ho voluto rendere protagonisti, restituendo loro capacità di percepire, condividere e riferire realtà diverse  con una loro non asettica voce…

Mariagrazia Carraroli




LETTI BIANCHI


E’ l’ora.
A bocca spalancata le porte del reparto ingoiano visitatori.
Impazienti i letti bianchi vivono nell’attesa di quel tempo/spazio in cui, mani che si stringono, sguardi, sorrisi e parole che si scambiano, leniscono un poco il carico di dolore, paura, stanchezza e solitudine di cui sono il contenitore.
Ogni letto un dolore, ogni letto una storia e un sentire da raccontare…


DAL TESTO

  
LETTO N° 1


E’ bello il ragazzo albanese
la sua baldanza frenata dal gesso alla caviglia

Una rissa- dice-
lui contro quelli della discoteca

innocente -dice-
colpa dell’alcol
e senza permesso di soggiorno

Vengono i parenti
parlano la lingua che conosce
portano bibite e banane

Una sera
a lui dintorno come ala tutelare
si segnano tutti recitando una preghiera

Anche il letto vicino si conforta



LETTO N°2

  
E’ caduto -dice-
tentava una mossa inopportuna
in cucina con la moglie che guardava

Anziano già segnato d’antica amputazione
tempra tenace
l’intervento superato

Canta tra sé una romanza conosciuta
e vince la mala previsione

Sono ancora il suo letto di dolore
lui stringe i denti poi sorride :

ce l’ho fatta -vedi- coraggio ci vuole
coraggio nella vita !

E i medici stupiscono
con me che a stento lo contengo





ROBERTO RAGAZZI: "IL CANTO DEL RESPIRO", SEGNALAZIONE AL PREMIO "PARASIO. CITTA' D'IMPERIA"

IL CANTO DEL RESPIRO

Mio cielo,
pallida l’ora che s’accascia
e nelle ombre del crepuscolo s’insera,
tace la follia che mi consuma
e ascolta la garrula cicala.
Non ho altro da dirti questa sera,
ritornano alla valle i cormorani
come accenti neri su nei cieli
disegnati nei profili bianchi dei cirri.
Mio cielo,
ai piedi dell’autunno che s’avanza
la bellezza della vita mi trascura
e fresca come acqua che dilava
la mia ora s’inebria di paura.
Non ho altro da dirti questa sera,
lo sciabordio dell’onda alla battigia
accarezza questa barca naufragata
nel tremolio incessante di deriva.
Mio cielo,
che rifletti ogni sospiro
nel cerchio di parole onnipresenti
sia voce solo il canto del mio respiro
a spegnere ogni discorrere per niente.